Conferenza n.36 del 21 novembre 2009
Ospite: Padre Serafino Lanzetta / Argomento: Cristianesimo

L'ATTUALITA' DEI NOVISSIMI: MORTE, GIUDIZIO, INFERNO, PARADISO
Se si nega l’inferno si causa uno sconquasso nell'insieme architettonico della fede e della stessa teologia

Il Centro Culturale "Amici del Timone" di Staggia Senese ha trattato il 20 novembre 2009 una delle verità cattoliche di cui ingiustamente si parla sempre meno: l’inferno.
Ci siamo posti la domanda se abbia senso parlare ancora di inferno all’uomo moderno. Alcuni poi, purtroppo anche nella Chiesa, parlano di inferno vuoto. Molti inoltre si chiedono: se Dio e’ buono, come può permettere che gli uomini vadano all’inferno?
A parlare di questo argomento abbiamo ospitato tra noi padre Serafino Lanzetta, Francescano dell’Immacolata, Direttore della rivista teologica "Fides Catholica", professore di Teologia Dogmatica presso l’Istituto Teologico "Immacolata Mediatrice" a Cassino, parroco della Chiesa di S. Salvatore in Ognissanti a Firenze.
Ci si è interrogati sulla possibilità di un’eterna dannazione, per argomentare sul tentativo contemporaneo di annacquare questa verità di fede con un concetto parziale di misericordia. La realtà dell’inferno è certo raccapricciante, ma fa capire che, per guadagnare la Vita eterna, bisogna passare per una «porta stretta» (Mt 7,13), la porta della responsabilità per il dono di Dio che è la propria libertà. L’uomo è chiamato a confrontarsi con Dio al termine della sua vita; viene da Dio e ritorna a Dio, ma vi ritorna col dono della sua vita che deve riconsegnare al Creatore e al Signore e per la quale gli sarà chiesto conto.
L’inferno ha la sua radice biblica nell’A.T. lì dove si inizia a concepire la retribuzione dell’empio e trova una risposta più adeguata nella successiva evoluzione del modo di presentare il regno dei morti, lo scheol. Nei Salmi (16; 49; 73) il giusto spera che Dio lo libererà dal regno dei morti per portarlo con sé, mentre gli empi rimarranno per sempre in questo luogo dei morti rimanendo per sempre nella morte. Con i Profeti e particolarmente con Isaia e poi con Daniele si annuncia un Giudizio escatologico in cui avranno diversa sorte i giusti e gli empi. Questo scheol diviene, nella predicazione prima del Battista e poi del Salvatore, il «fuoco eterno» nel quale andranno quelli che non saranno riconosciuti da Cristo (cf Mt 25,1-12). Gesù nella sua predicazione annuncia chiaramente l’esclusione dal Regno di coloro che hanno declinato l’invito della sua grazia a partecipare alla sua mensa, perché operatori di iniquità. Alla fine del mondo ci sarà una distinzione tra giusti ed empi (cf Mt 13,49) con l’esclusione definitiva di questi ultimi dalla «vita eterna». Infatti, «chi crede nel Figlio ha la vita eterna; chi non obbedisce al Figlio non vedrà la vita» (Gv 3,36). E così anche san Paolo si fa assertore di questa verità quando dice che «gli ingiusti non saranno eredi del regno di Dio» (1Cor 6,9), i viziosi e i perversi non erediteranno il Regno di Dio (cf Gal 5,19-21; Ef 5,5). Nel N.T. si parla anche di un dolore sensibile che è causato da un “fuoco” non puramente simbolico ma tale da far penare realmente le anime e questo fuoco è eterno.
Il Magistero recente della Chiesa in Lumen gentium 48, la Professione di fede di Paolo VI (30 giugno 1968) e il Catechismo della Chiesa Cattolica ai nn. 1033-1037, ribadiscono la realtà dell’inferno. Sempre il Catechismo, al n. 1861, dichiara che il peccato mortale, se non perdonato, provoca l’esclusione dal Regno di Dio.
La verità dell’inferno è legata a molte altre verità di fede e si relaziona con diversi dati teologici. Se si nega l’inferno si causa uno sconquasso nell’insieme architettonico della fede e della stessa teologia.
La misericordia non esclude la giustizia di Dio, ma la presuppone e la completa superandola nel dono gratuito del perdono. La misericordia è sempre un prezzo “doloroso” pagato da Dio nel suo Figlio divenuto servo, divenuto peccato in nostro favore perché noi diventassimo giustizia di Dio per mezzo di Lui (cf 2Cor 5,21). La misericordia non è elargita chiudendo gli occhi dinanzi al male, ignorandolo, tollerandolo fino a far finta che esso non sia quel «mistero di iniquità» che offende Dio, sconvolge l’intero ordine della creazione e fa ripiegare in modo egoistico sulle creature. O il peccato è un male reale che ha ripercussioni eterne – quando non perdonato, rimane in eterno – o siamo tutti incamminati sulla zattera della fantasia, gli unici protagonisti del bene e del male, incapaci però di rendere ragione dell’offesa e dalla schiavizzazione di tanti nostri simili.
Solo se c’è l’inferno eterno quale punizione dell’ostinazione nel peccato il perdono di Dio non è apparente, la vita di Grazia nei Sacramenti è una reale comunione con Cristo, la conversione una possibilità di ritornare al Dio vivente, il Paradiso l’eterna gioia nel possesso definitivo di Dio nella carità.

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