Amici del Timone (Staggia Senese) n°49 del 17 settembre 2011

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OMELIA DI MONS. MORAGLIA
Il Vescovo di La Spezia (oggi Patriarca di Venezia), ha sottolineato che il Timone è un progetto culturale espressione di una fede amica della ragione: ''E' necessario che strumenti culturali come il Timone sboccino numerosi per stimolare la fede del credente del nostro tempo''
di Mons. Francesco Moraglia

Nelle navi, anche le più grandi, lo strumento più importante che permette di puntare alla meta è il timone; la rotta, anche nelle condizioni di navigazione più avverse, è garantita proprio da questo piccolo strumento; infatti, pur nella sua piccolezza, il timone è in grado di governare anche l'imbarcazione più grande. Il nome di una rivista esprime un progetto: Il timone, quindi, è denominazione eloquente.  
Abbiamo appena ascoltato la parabola del seminatore (Lc 8, 4-15) che esce e sparge il seme che si posa su diversi tipi di terreno: un po' cade sulla strada, un po' sulle pietre, parte, invece, finisce tra i rovi, infine, una parte sulla terra buona; i differenti terreni accolgono il seme sparso dal seminatore senza preferenze, senza distinzioni, senza calcolo; Dio non fa preferenze, non esclude nessuno. Qui viene alla mente ciò che in un'altra parabola il padrone della vigna dice all'operaio che, al termine della giornata, si lamenta perché quanti hanno lavorato meno di lui, sono trattati con grande generosità, in modo da non essere penalizzati rispetto a quanti - senza alcun merito - erano stati chiamati a lavorare fin dall'inizio della giornata. L'ultimo versetto della pericope evangelica appena letta dice: «terreno buono sono coloro che, dopo aver ascoltato la Parola con cuore integro e buono, la custodiscono e producono frutto con perseveranza» (Lc 8, 15). Ora domandiamoci: che cosa ci costituisce terra buona?  La risposta è: la grazia che, sempre, interpella la libertà dell'uomo.
All'inizio della nostra personale relazione con Dio c'è la risposta alla domanda che Lui, in modo misterioso ma realissimo, rivolge a ogni uomo; così è proprio nel bene o nel male che ci rapportiamo a Dio; alla fine, dinanzi a Dio, non è possibile alcuna comoda neutralità. La fede, infatti, è l'atto personale con cui l'uomo si consegna totalmente al Dio che salva; quindi é proprio attraverso l'atto di fede che l'uomo raggiunge il fine della sua esistenza, la pienezza del suo essere uomo. Così è proprio attraverso la fede che l'uomo raggiunge la completezza del suo progetto umano; infatti il rapporto con Dio non è per l'uomo un optional, ma qualcosa d'essenziale perché egli possa essere compiutamente tale.
La dottrina sociale della Chiesa - come diremo - nasce dall'incontro tra ragione e fede. Comprendiamo, così, come l'atto di fede non possa bypassare la ragione dell'uomo, la sua storia e la sua natura, ma debba intercettarle, esprimerle pienamente e, se è il caso, correggendole, valorizzandole e portandole a compimento, costituendoci, così - ma non in modo astratto o fideistico - figli nel Figlio. In altre parole, l'adesione di fede assume e porta a compimento, in noi, tutte le potenzialità sia quelle creaturali, sia quelle filiali; così, l'uomo non può dire: "io credo", se non ha motivi sufficienti che rendano plausibile questa sua scelta sul piano umano e che, quindi, avalli il nostro abbandono in Dio. Insomma, l'atto di fede non può contrastare con la caratteristica specifica dell'uomo: la libertà che, in alcun modo, consiste in una fiducia acritica o in una specie di salto nel buio; infatti ciò significherebbe che, proprio nel momento in cui l'uomo raggiunge la pienezza del suo essere uomo, ossia della salvezza, ciò avverrebbe contraddicendo la caratteristica essenziale dell'uomo: la sua libertà.
Benedetto XVI ribadisce - ed è una costante del suo Magistero - la necessità di "allargare" gli spazi della ragione; secondo molti filosofi sia moderni sia contemporanei la ragione, invece, non deve occuparsi né dell'etica, né della religione, tanto meno di Dio, poiché si afferma che non esiste un sapere degno di tale nome in grado di dare risposta a tali domande; ne consegue, così, che tutte le fedi religiose e i sistemi etici partecipano di tale comune irrazionalità. Nell'incontro con i rappresentati della scienza, svoltosi presso l'Università di Regensburg - il 12 settembre 2006 -, il Santo Padre così si esprimeva: «L'occidente, da molto tempo, è minacciato da questa avversione contro gli interrogativi fondamentali della sua ragione, e così potrebbe subire solo un grande danno. Il coraggio di aprirsi all'ampiezza della Ragione, non il rifiuto della sua grandezza… E' a questo grande Logos, a questa vastità della ragione, che invitiamo nel dialogo delle culture i nostri interlocutori» (Incontro con i rappresentanti della scienza, 12 settembre 2006, Regensburg).
Nella nostra epoca - indicata un po' troppo frettolosamente come post-ideologica - assistiamo, in realtà, all'affermarsi di un nuovo tipo d'ideologia, il "riduzionismo". A differenza delle ideologie dell'ottocento e novecento, il "riduzionismo" non si pone come lettura onnicomprensiva della realtà - pensiamo, ad esempio, al comunismo e al nazismo - ma come sua suddivisione e separazione che, tuttavia, continuano a esser presentati come il tutto. Nel "riduzionismo" - dicevamo - si opera una suddivisione e separazione della realtà considerando, però, le singole parti ancora come il  tutto. Ad esempio la procreazione è ridotta a riproduzione in laboratorio; la famiglia a un accordo tra le parti a prescindere dalla vocazione iscritta nell'essere dell'uomo e della donna; i diritti, poi, sono ridotti a desideri, il sapere dell'uomo a pura verifica sperimentale, la verità all'interesse di una parte, la veracità alla sincerità; gli esempi potrebbero continuare.

La fede cristiana, però - giova ripeterlo -, non teme una ragione forte, anzi la auspica; piuttosto teme una ragione debole o che si pone in termini di assoluto, ossia in modo autoreferenziale, che si propone come criterio di verità; una ragione, insomma, che giudica tutto e tutti dimenticando che, come l'uomo, anche la ragione è realtà creata e quindi contingente e strutturalmente impossibilitata a divenire criterio assoluto di giudizio, come se fosse la ragione onnisciente e onnipotente di Dio. Pascal - il grande filosofo e scienziato francese del XVII secolo - ricorda che, da parte dell'uomo, è atto eminentemente ragionevole riconoscere che vi sono innumerevoli cose che superano la ragione umana.
Ritorniamo al Vangelo del seminatore che sparge il buon seme e alla domanda: cosa vuol dire esser terra buona? La fede - atto con cui ci si apre a Dio - non solo non può contraddire la ragione, ma neppure prescinde da essa, anzi deve rispettare e portare a compimento la ragione. San Tommaso, in un passo della Somma Teologica, si serve di un'espressione che aiuta a comprendere come, per essere terra buona, si debba "stare"di fronte a Dio, con la totalità della propria persona: spirito, anima e corpo. San Tommaso così scrive: «Gratia supponit naturam et eam perficit» (I, q.1, art. 8), quindi anche la ragione, con tutto quanto si lega a essa sul piano naturale/creaturale, ha a che fare con l'atto di fede. La fede, innanzitutto, rimane opera della grazia, ma la grazia divina suppone e interpella sempre la libertà dell'uomo.
Partendo da tale considerazione, siamo avvertiti che, per il cattolico che voglia essere consapevole della propria fede, è doveroso creare un clima culturale che permetta la costruzione di un cammino che consenta alla fede - nel rispetto della libertà di tutti - d'essere accolta. Per rimanere al linguaggio del Vangelo del seminatore, si tratta d'essere terra buona in cui il seme possa attecchire. Siamo tutti parte di una società segnata in modo forte dall'individualismo e dal relativismo; in essa la coscienza del singolo non viene più considerata come organo di giudizio a partire dall'ascolto della realtà, ma assurge a vero e proprio "oracolo" che, a suo gradimento, determina gli stessi fini dell'agire. Ci muoviamo all'interno di una società che, a ragione, è stata definita "liquida", poiché non in grado d'elaborare certezze di alcun tipo; in essa tutto muta così rapidamente da non riuscire a consolidarsi in abitudini e procedure. In una tale società o si finisce per non percepire più il relativismo imperante o, sempre più, si avverte la necessità di strumenti capaci di aiutare a ripensare - all'interno di una rinnovata capacità critica - la cultura o, meglio, le culture in cui, oggi, siamo chiamati a vivere dando il nostro contributo in vista del bene comune.
Si dispiega qui - come già accennato - l'ampio versante della dottrina sociale della Chiesa che, come ha ricordato Benedetto XVI, si trova al punto d'incontro tra ragione e fede. E, in tale prospettiva, è essenziale che la cultura cattolica non disarmi e non abdichi a se stessa, ma persegua il potenziamento di strumenti culturali idonei: uno di questi è offerto dalle riviste di approfondimento. Il Timone si muove secondo tale logica e aiuta a conoscere - fuori dai luoghi comuni - quanto riguarda la fede, confrontandosi con la ragione, senza della quale tutto si riduce a sterile fideismo o vuota credulità.
Così, in un mondo ampiamente secolarizzato, è decisivo che siano a disposizione questi strumenti che accompagnano, in maniera concreta, il credente verso una piena maturazione di fede. Credere, infatti - come insegna Benedetto XVI -, significa dare ragione della propria speranza/fede con pacatezza, bontà e mitezza ma, per fare questo, abbiamo bisogno di crescere nelle conoscenze, nella capacità di discernimento, riconoscendo che alla base di tutto ci sta Dio che si dona in Gesù Cristo e senza del quale diventa impossibile realizzarsi pienamente come uomini. Troppo spesso appaiono volontà personali e sociali che - errando - pensano di poter costruire un uomo e una città senza Dio, al di fuori di Dio o contro di Lui. Nell'enciclica Deus caritas est, Benedetto XVI parla di un necessario allargamento della ragione e assegna tale compito proprio alla ragione, mentre nell'enciclica Spe salvi lo attribuisce alla speranza. L'insegnamento sociale della Chiesa è il risultato dell'incontro tra "fede e ragione" o se preferiamo - ed è lo stesso - tra "grazia e natura", perché l'uomo, se vuol essere "terra buona", non può prescindere dalla fede e dalla ragione, dalla grazia e dalla natura.
In questa prospettiva è necessario che strumenti culturali come Il Timone, espressioni di una fede amica della ragione, nel rispetto della totalità dell'uomo - grazia e natura -, sboccino numerosi per stimolare la fede del credente del nostro tempo. Il mensile Il Timone, quindi, come progetto culturale manifesta bene tale impegno che risulta, in modo evidente, nelle sue diverse proposte editoriali. E' proprio il seme sparso dal divino seminatore che, unitamente alla "buona terra", costituisce l'uomo nella sua totalità; un uomo che è in grado di dar ragione della propria speranza, evangelizzatore credibile, innanzitutto, perché credente.

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